Sangallo Fine Art presenta dal 5 settembre al 31 ottobre 2026 “L’ordine delle cose inquiete. Lucio Del Pezzo e il teatro delle forme”, mostra a cura di Lorenzo Madaro dedicata a una delle figure più autonome dell’arte italiana del secondo Novecento. Attraverso un articolato nucleo di opere dagli anni Sessanta ai Duemila, il progetto ripercorre alcuni passaggi cruciali della ricerca di Lucio Del Pezzo (Napoli, 1933 – Milano, 2020), mettendo in relazione dipinti, assemblaggi, quadri-oggetto, rilievi, casellari e costruzioni plastiche. Il percorso prende avvio dal 1963, anno cui appartengono Decorazione e Composizione. Nella prima motivi ornamentali e memorie architettoniche affiorano entro una superficie stratificata; nella seconda l’assemblaggio di legno dipinto conduce già il quadro verso una consistenza fisica e costruttiva. Composizione, presentata alla V Biennale Internazionale d’arte di San Marino nel 1965, testimonia una fase precoce e decisiva, nella quale pittura, oggetto e struttura cominciano a contaminarsi. Al 1965 risale anche Indicazione: l’immagine di una mano orienta lo sguardo senza consegnargli una meta, anticipando quel repertorio di segnali, direzioni e strumenti destinato ad attraversare l’intera ricerca dell’artista. Particolarmente consistente è il nucleo della seconda metà degli anni Sessanta. The Beatles (1966), realizzato in acrilico su compensato sagomato, e Paris 1966. Studio per scultura, in acrilico, tecnica mista e collage su carta, mostrano come Del Pezzo intercetti la temperatura della cultura pop sottraendosi alla semplice riproduzione dell’immagine mediatica.
Il riferimento contemporaneo viene trasformato in emblema, insegna, costruzione. Dello stesso anno è Casellario, opera fondamentale nella definizione di una delle sue invenzioni più persistenti: una griglia entro cui bersagli, solidi, profili geometrici e piccoli oggetti vengono separati e ricomposti secondo un ordine che, anziché risolverne il significato, ne accresce l’ambiguità. Il 1967 è documentato da opere come Tre elementi liberi in un interno, 3 Boules, Tableau bizarre e soprattutto Canova. Alta due metri e settanta, quest’ultima trasferisce il confronto con la tradizione in una costruzione verticale, rigorosamente bianca e quasi architettonica. La memoria della scultura classica emerge attraverso l’equilibrio dei volumi, la luce e l’idea stessa di monumentalità, mentre il corpo scompare e lascia spazio alla forma. In Tableau bizarre, alto oltre un metro e mezzo, diventa invece evidente l’ambiguità fra quadro, scultura, mobile e apparato scenico: un territorio di confine che Del Pezzo continuerà a esplorare negli anni successivi. Il 1968 è rappresentato da differenti Composizioni, da opere su carta e da Pyramid IV, costruzione profonda diciassette centimetri nella quale la scritta “PYRAMID” e la figura geometrica convivono entro un vano nero. Nome, immagine e oggetto coincidono soltanto in apparenza: la piramide diventa insieme segnale, architettura, forma primaria e presenza mentale. Con Oggetto metafisico (1969), invece, la ricerca si espande apertamente nella tridimensionalità. Sfere, elementi torniti e strutture angolari compongono un piccolo paesaggio plastico, quasi un modello di architettura immaginaria, che rende particolarmente evidente quel “teatro delle forme” evocato dal titolo della mostra. Questa vocazione scenica trova un esito emblematico in Teatrino (1975). Da una struttura scura emergono quinte e sagome cromatiche, disposte come presenze in attesa di un’azione. Allo stesso anno appartengono 4 oggetti su un piano e scala cromatica e un Senza titolo organizzato attraverso una griglia di segni e figure. Il colore, la sequenza, il modulo e la classificazione assumono l’apparenza rigorosa di un sistema, continuamente perturbato dalla qualità individuale degli elementi. Il quadro appare come una tavola dimostrativa, ma l’esperimento resta deliberatamente senza conclusione.
Gli anni Ottanta sono rappresentati anche dai tondi del 1981 e del 1984. Il formato circolare modifica la tradizionale gerarchia fra alto e basso e dispone sagome, bersagli e piccoli oggetti secondo equilibri quasi orbitali. Lo spazio dell’opera assume così il carattere di un quadrante o di un campo di forze, entro cui le forme sembrano attrarsi e respingersi. Negli anni Novanta il repertorio si apre a una dimensione più dichiaratamente affettiva e autobiografica. La più giovane mia collezionista (1995) incorpora una campana e la possibilità di un gesto, introducendo nell’opera la memoria potenziale del suono; Russia, dello stesso anno, assume invece l’aspetto di una piccola architettura-casellario, abitata da oggetti, frammenti, una campana, una sfera e sequenze cromatiche. A questo orizzonte appartiene anche Mondo come misura e dissoluzione (V studio), grande composizione in cui elementi di cartoncino sagomati e dipinti vengono distribuiti entro una matrice regolare: una sorta di alfabetiere visivo nel quale il desiderio di ordinare il mondo convive con la sua inevitabile instabilità. L’ordine delle cose inquiete restituisce oltre cinquant’anni di ricerca attraverso opere, date e cicli capaci di mettere in evidenza continuità e trasformazioni. New Dada, cultura pop, memoria metafisica, design e tradizione dell’oggetto costituiscono coordinate che Del Pezzo attraversa senza coincidere definitivamente con nessuna di esse. La mostra pone al centro la costruzione di un teatro senza racconto: una scena abitata da oggetti sottratti all’uso, strumenti che hanno smarrito la propria funzione e segnali che continuano a indicare senza stabilire una destinazione. Un ordine lucidissimo, continuamente attraversato dall’inquietudine delle forme.
Per richiedere la worklist completa delle opere disponibili ed acquistare il catalogo della mostra, si può scrivere a info@sangallofineart.it o tramite form nella sezione Contatti del sito.